LIVIO ROMANO

 

 
 

"Quello che segue è un articolo che ho scritto in occasione della Biennale Internazionale Giovani di Torino del 2000. Oltre ad essere assai datato, si tratta -soprattutto rispetto alla parte più apparentemente autobiografica- di un pezzo di fiction che non riporta necessariamente notizie esatte sulla mia biografia. In ogni caso se pure quelle notarelle fossero state esatte nel 2000, oggigiorno, ottobre del 2006, non lo sono sicuramente più. Orribilmente datata è poi la bibliografia, poiché in questo frattempo ho scritto una quantità cospicua di roba".

Livio Romano

 

"Sono nato nel 1968. Negli anni '70 s'è svolta la mia infanzia, negli '80 la mia adolescenza. Frequentavo il Liceo Scientifico, qui al Sud, una cittadina di quarantamila abitanti sconquassata da decenni di democrazia cristiana. Ho sempre scritto. Chiedetelo a qualsiasi grafomane. Invariabilmente vi risponderà: "Ho sempre scritto". Va così. Si nasce con questo ticchio. Tipo che ti presenti al compito di italiano vestito a nuovo, in mano solo la penna due fogli protocollo il dizionario -i tuoi compagni traboccanti temi svolti, articoli d'attualità, bignami di storia e scienze varie. Pure da piccino, mi pare di ricordare, a nove anni scrivevo con una scrittura piccolissima queste cronache di mietiture e vendemmie, le donne che s'alzano all'alba, la fatica il sole. E storie di emigranti che tornano al paese, si comprano il furgone per i gelati indi precipitando, insieme ai loro affanni, da strapiombi altissimi. Una tristezza inaudita.

Più di ogni altra cosa, il giornalismo mi ha sempre interessato. Cioè io son sempre cresciuto con l'idea fissa che avrei fatto il cronista, anzi, se proprio debbo dire le cose come stanno, quello che da ragazzo sarei voluto diventare era l'inviato speciale -si sa: i giovinetti esagerano sempre nelle loro aspirazioni. È così che fin dal primo anno del liceo mi son nutrito di Repubblica, Espresso, Corriere della Sera, Unità, Manifesto, Panorama di quei tempi. A casa mia c'erano accatastate intere collezioni di vecchi Espresso degli anni '70. Il '68, le brigate rosse, Aldo Moro. La sera tardi divoravo quelle riviste per ordine di tempo, e quando si finirono ricominciai da capo. La sera, questo. Tutte le mattine, invece, mi presentavo dal giornalaio che m'ha visto crescere, e gli chiedevo qualcosa come quattro o cinque quotidiani, oltre ad almeno due settimanali e un mensile. Poi incartocciavo tutta 'sta carta sotto al braccio che manco un segretario di partito, e mi fermavo a leggere i titoli sulla panchina di fronte.

Ovviamente leggevo pure libri. Daccapo: libri di grandi giornalisti, ma anche prosa, e poesia. Intorno ai quindici anni credo di aver letto tutta l'opera di Moravia fino a quel momento. E poi le solite oriane fallaci, herman hesse, fromm, gibran, piccolo principe. L'ubriacatura per i simbolisti francesi, pian piano i poeti dell'avanguardia e poi, in maniera del tutto casuale e autodidattica, i preromantici, e Buzzati che ho amato moltissimo, Pavese, Sterne, Bukowsky, Joyce del ritratto dell'artista da giovane, giù verso gli anni novanta e David Leavitt, Leopardi, Scott Fitzgerald, Keruack, Giuseppe Fava, Heminghway, Svevo, Lidia Ravera e non mi ricordo come si chiamava quel suo compagno di scrittura e di scopate. Gli autori che mi vengono in mente per primi. Dico: libri che mi capitavano per puro caso, scelti a seconda del ghiribizzo del momento. Quasi mai letti solo per piacere. Una volta ho trovato una frase di Woody Allen. Più o meno diceva che lui ha avuto sempre questo approccio con i libri, che non riesce mai a lasciarsi andare al godimento, che tutti conoscono, di seguire un'avventura lungo le pagine di un testo, di viaggiare in universi sconosciuti e tutte le altre faccende che sappiamo benissimo e che fanno talvolta scrivere a qualcuno che "chi legge diventa immortale". No. Lui, l'attore, legge per studio. È una cosa che gli hanno inoculato i genitori, imparare sempre, trovare una morale, arricchire la propria erudizione. Qualcosa al confine con "ho letto Tolstoj, quindi sono più ricco (colto) di te". Ora, questo atteggiamento è evidentemente la negazione della gioia insita nel fatto stesso di leggere. E del resto la vocazione alla nevrosi dell'attore americano è ormai uno dei tanti archetipi dello show biz occidentale, talmente nota da risultare proverbiale. Ebbene, fin da piccolo io stesso ho vissuto questo rapporto scriteriato coi libri. Raramente ho provato davvero piacere spirituale, durante la lettura. Ho sì provato ammirazione per la bellezza, perfino commozione per certe proposizioni certi versi perfettamente congegnati. Ma sempre uno slancio distaccato, mediato, dettato dalla sete di cultura. Dalla voglia di impadronirmi io stesso di un pizzico di tutta quella capacità di produrre bellezza.

Oltre a tutto, ripeto, non era la letteratura che davvero mi interessava. Io volevo fare il cronista, e chissà che leggere tutti quei libri non rispondesse, oltre che all'adempimento di un dovere familiare e scolastico, pure, all'intento, incoffessato, di fare nei miei articoli delle belle citazioni. È possibile. Non posso ricordarmi tutto quello che mi passava per la mente a quei tempi.

Intanto io già scrivevo. Sul classico giornalino locale i classici elzeviri che davano sfogo alla mia voglia di comunicare quelle che, all'epoca, credevo fossero delle idee politiche. È questo, soprattutto, che volevo fare: della politica in altro modo. Ci avevo questa idea che un articolo di fondo potesse fare tanto di quel casino da sopperire al vuoto totale di azione politica dei giovani della mia città nei tremendi anni '80. C'era un mensile di tradizione riformista che mi ospitava, e io ogni mese riempivo un paginone di filippiche sarcastiche e compiaciute contro ogni genere di male cittadino. Venivo seguito. Quegli articoletti facevano vendere il giornale, anche perché spesso innescavano tante di quelle polemiche in cui l'unico, alla fine, ad avere la peggio ero io stesso. Già a vent'anni ho ricevuto le mie prime minacce telefoniche, le convocazioni in questura, le porte in faccia e l'ostilità nei confronti miei -non cercavo altro- così come nei confronti dei miei familiari da parte della borghesia perbenista locale come pure da parte di quei ragazzetti e di quei caporioni che di lì a poco avrebbero dato vita a quella che oggi si fa chiamare sacra corona unita.

Pian piano il mio stile da savonarola lepido (non sembri un ossimoro) si affinava. D'altro canto, a 19 anni m'ero iscritto, insieme all'80% dei miei scoppiatissimi e frivoli compagni di scuola e di bevute, e senza averne minimamente consapevolezza e motivazione, a Giurisprudenza -gli anni '80 erano così: pochi si sono salvati dall'assenza di significato che qualificava le nostre vite. Ogni esame che sostenevo, era per me motivo di arricchimento delle argomentazioni politiche che andavo imbastendo nei miei pezzi. Ero, allora (dico "allora", ma in fondo sto parlando di sei o sette anni fa), uno studente sconclusionato. Al di là del fatto che affari personali mi hanno portato a vivere dei periodi a Perugia, a Bari, a Bologna, a Mantova: cosa che già dà un'idea dell'irrequietezza coeva. Al di là di questo: studiavo con furore 11 ore al giorno questi enormi libroni di diritto, ed ero attento sempre, come dire?, più agli aspetti filosofici, economici, sociologici, del fenomeno giuridico, che alle fattispecie da imparare a memoria per superare l'esame. Era evidente che non avrei mai fatto l'avvocato né qualsiasi altra professione che richiedesse concretezza e cognizione del diritto come vita quotidiana.

Quando avevo più o meno ventisei anni, poi, qualcosa è cambiato. Tutte le battaglie politiche, tutti i partiti in cui avevo militato, tutte le parole: mi parvero ad un tratto privi di senso. Inutili. La mia indignazione non riusciva più a trovare sfogo in articoli che avrebbe letto distrattamente e col sopracciglio alzato qualche centinaio di paesani. L'amico mio direttore del giornale mi propose di fare davvero il cronista. "Una vera inchiesta", mi ordinò, e mi suggerì una serie di incontri, interviste, contatti che avrei potuto effettuare. Lavorai come un matto per due settimane. Mettevo la sveglia presto la mattina, di corsa a sentire tal dei tali, mucchi di statistiche e dati sul mio tavolo. L'argomento era dei più classici, la disoccupazione, e il dossier uscì in tre puntate ottenendo l'approvazione del direttore del Quotidiano di Lecce, il quale si informò su di me e mi mandò a dire che m'avrebbe volentieri accolto nel suo giornale.

Ebbene, rifiutai. Quell'inchiesta m'era costata troppa fatica fisica, troppo sbattimento, perché io potessi pensare di trasformare la mia inclinazione verso la scrittura in un lavoro vero, continuativo, ogni santissimo giorno trenta righe commissionate, giri incredibili, appuntamenti a tutte le ore (il fatto che, a distanza di quattro anni, quando ho incominciato a insegnare in una scuola elementare, la stanchezza fisica di un giorno qualsiasi si sia rivelata, in media, tre volte superiore a quella dei giorni dell'inchiesta, dice solo che, all'epoca, più che rifiuto di quel lavoro, il mio era stato rifiuto del lavoro tout court, della responsabilità e tutto il resto).

Inoltre erano tempi, quelli, in cui i miei articoli risultavano sempre più colorati, sempre meno sarcastici e anzi tendenti all'ironia indulgente, sempre più narrativi. La strada, mi parve, era segnata. Provai a scrivere le stesse storie che raccontavo nei miei pezzi, in un altro modo. Le circostanze mi furono favorevoli. Avevo appena riletto quelli che secondo me sono i due libri fondamentali di chi ha meno di quarant'anni e scrive prosa. "Altri libertini" di Pier Vittorio Tondelli e "Il giovane Holden" di Salinger. Quel profumino di Nord inseguito in cinquecento da Pier. E quella lingua così sincopata di Catcher in the rye. Pezzi di assoluto splendore. Ma non furono i soli che mi spinsero a scrivere il mio primo racconto. Erano, quelli, i giorni dell'innamoramento per Pennac e del consumo industriale di libriccini di Wodhouse. Ecco: se devo proprio citare un "maestro", un modello, direi che Wodhouse ha molto influenzato il mio sguardo narrativo. Una versione salentina, politicamente corretta, linguisticamente più sfrontata della sua never never land: ecco quello che vorrei raggiungere. Non sto giocando sul paradosso. Non voglio provocare. Non credo si possano considerare letteratura le storie che racconto. Non ambisco a tanto -ma poi, nella nostra società di massa, con l'istruzione diffusa di cui tutti noi godiamo, chi non sa mettere insieme un raccontino di livello mediocre? quante vere e proprie opere di arte hanno probabilità di vedere la luce, oggidì, anche considerando la generale grafomania italiana?

Per ritornare al sottoscritto, mi stavo accorgendo che io scrivevo questi racconti, li davo in giro, e gli amici ridevano. Occorrenza singolare, ché la mia indole è, anzi, tendezialmente melanconica. La mia indignazione aveva infine trovato il modo di farla pagare ai maggiorenti che per anni avevo boriosamente fustigato. Mettendoli in ridicolo. Trasfigurandoli. Raccontando fumettisticamente la società grulla che hanno costruito. Il tutto, utilizzando il parlato di ogni giorno, con uno stile che deve tutto a Tondelli, ho detto, a Salinger, ma pure a Gianni Celati, a Silvia Ballestra, dalla letttura della quale ho capito che anche il mio dialetto avrebbe avuto un sound credibile, avrebbe retto ai colpi della cacofonia.

La scelta del dialetto in taluni passaggi dei miei racconti, quindi, non è ideologica, come una volta ha suggerito una giornalista di Radio 3 durante un'intervista, tanto meno dettata da ragioni di verismo. Uso spesso il vernacolo perché così mi pare che suoni bene, perché trovo certi vocaboli buffi, perfettamente rispondenti al contesto che voglio creare. C'è una corrente sociologica, oggidì, la quale sta facendo della meridionalità un'ennesimo simulacro, quasi un'effigie di costume, allo stesso modo dello slow food, o della dieta mediterranea. Di più, c'è persino chi si è spinto a promuovere certi avanzi di passato che speravamo ci fossimo tolti di dosso da un pezzo, quali il familismo o la pratica del dono, ad allegorie di un modus vivendi che prende energicamente le distanze dalle pratiche utilitaristiche delle società occidentali. Ora, ribadendo, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che spirito di clan e amenità affini erano e restano indicatori di sottosviluppo e di mancata maturazione dello stato di diritto, la mia scelta di raccontare il Sud dell'Italia, di caratterizzare in maniera così massiccia l'ambientazione fino ad adottare alcuni fonemi della lingua locale: non significa affatto, per me, fare dell'etnografia militante. Sono consapevole di vivere in una zona di frontiera dell'impero occidentale, per secoli colonizzata e violata. Tuttavia vedo bene di che pasta siamo fatti noialtri. Sicuramente esuberanti, vitali, generosi. Ma al contempo aggrappati a quest'alibi della diversità, e quasi che qualcuno ci voglia escludere all'infinito dal banchetto del benessere, siamo fatalisti, indolenti, ancora molto ben incastrati nei meccanismi di nepotismo borbonico che a gran parole diciamo di voler avversare. Ecco: assodato che non è più tempo di massimi sistemi salvifici, e che il sarcasmo del descrivere serve solo a far scattare un paio di risolini sprezzanti a qualsiasi latitudine, a me personalmente non resta che raccontare questa realtà. È un'urgenza molto simile a quella che mi faceva comporre le mie glosse furenti, ma si arricchisce di una nuova necessità che diremo, con qualche perplessità, ripeto, letteraria.

Faccio un esempio molto breve. Un giorno dovevo comprare dei regalini per Natale. Per non so quale idiota ragionamento, decisi di andare in un ipermercato da qualche anno funzionante a Lecce. Ora, ho riferito prima, di città, in Italia, ne ho girate. Quell'ipermercato esiste, identico, in ciascuno dei centri in cui ho vissuto. Stessi mattoncini rossastri, stessa architettura, uguali negozi in franchising, uguale senso di smarrimento e di tristezza, in questi sacrari del consumismo odierno. L'unica differenza, notai subito, era il popolo degli accattoni, dei tossici, dei posteggiatori abusivi che brulicava innanzi al supermercato leccese (a Mantova, per dire, nulla di tutto ciò si vedrebbe mai). E poi l'incredibile corteo di vecchietti col completo gessato, comari con sciallino, bacucche in ciabatte che accorrevano dalle auto verso il tempio, euforici e incuriositi come stessero andando a una sagra. Riconobbi una vecchiarella, la quale alcune sere prima avevo ascoltato a Galatina in una ricostruzione storica del fenomeno del tarantolismo. Ne avevo giusto apprezzato la modestia, in quell'occasione, i tratti di contadina fiera, severi e dolci allo stesso tempo. Vederla nell'atrio di quell'enorme negozio, sottobraccio festosa a nipote giovane da un lato e figlia cinquantenne dall'altro: mi ha fatto venire uno sgomento immane, credo non ci siano commenti ulteriori a una metafora così sfacciatamente post-modern. Ma l'incredibile era ancora da venire. Dentro al grande magazzino, una rissa improvvisa. Esce un commesso da un ripostiglio, e subito quindici-venti papà gli si avventano addosso chiedendogli dov'è il playstation. Quel poveretto non ha fatto manco in tempo a dire che le ultime macchinette rimaste erano solo due, e che erano state prenotate ("promesse": anche nei supermercati vige il credo della raccomandazione) già da tre giorni. Prima qualcuno ha cominciato a insultarlo, poi si è passati alle minacce, alla fine è scoppiata la colluttazione tra i due papà che s'erano infine impossessati del gioco e gli altri disgraziati rimasti senza.

Eccolo qua. Il mio racconto-tipo. Gli episodi che tengono dentro tanti di quei significati, e insieme tanta di quella comicità, che mi spingono a raccontare.

Non sono un intellettuale. Non passo il mio tempo a leggere studiare pensare. La mia giardinetta è sporca di terra, piena di zappe e secchi di calce pennelli orci di olive. La mia compagna non sa chi sia Andy Wharol, e se ci penso credo proprio che ignori pure l'esistenza di Alberto Arbasino. Per diversi motivi sono spesso a contatto con tossicodipendenti, malati di mente gravi, sventurati d'ogni risma -non si scrive nulla se non ci si sporca un po', nessuna vera scrittura nasce se non si è visitato l'inferno terrestre.

Giurisprudenza, poi, non l'ho ancora finita, fermo alla tesi su Kelsen. In compenso ho fatto e vinto il Concorso Magistrale. Faccio il maestro, di inglese, che non è affatto un lavoro d'intelletto -non lo è nella pratica, intendo, soprattutto nel quartiere del C.E.P. di Bari dove attualmente insegno. Si tratta di sgolarsi come un dannato per ore, di compilare stupidi documenti di programmazione sgraditi a tutti, di incontrare genitori persuasi del talento incompreso dei loro eredi. Finirò come il mio bisnonno, i miei nonni, i miei zii e la quasi totalità dei loro coniugi, i miei cugini, i miei genitori (tutti insegnanti): alle terme sulfuree. Magari, perdonate l'oleografia, col laptop sulle ginocchia e i Talking Heads nelle orecchie.

Nel 1997 ho raccolto un po' dei miei racconti in una diecina di plichi fotocopiati, e li ho mandati ad altrettante case editrici. Il discorso che facevo a me stesso a quei tempi era: o quest'affare della spedizione và bene entro massimo un anno, oppure smetto per sempre di scrivere e mi dedico alla mia carriera. Devo ammettere che, dopo un paio di mesi, ricevuto il primo rifiuto dalla Frassinelli, provai a chiamare il leggendario Massimo Canalini, fondatore di Transeuropa, la quale era, nella mia opinione, insieme a Castelvecchi, l'ideale editrice delle mie storielle. Nessuno in redazione mi ha mai voluto passare il nume, e l'unica volta che ho avuto l'onore di parlarci di persona (erano le dieci di sera): quello mi mandò affabilmente a cacare (l'ho conosciuto, poi, Canalini: spettinato come me e circondato dei suoi letterati: l'aspetto di un uomo buonissimo. Mai avuto il coraggio, peraltro, di scambiarci più di un paio di battute).

Durante l'estate, poi, uno spot radiofonico invitava gli scribacchini meridionali under 25 a "lavare pubblicamente i panni sporchi", a spedire delle storie, quindi, ché se ne sarebbe fatta la prima antologia di giovani scrittori del Sud. Pur avendo abbondantemente superato i 25 anni, inviai lo stesso le mie storie a questa "Books Brothers", associazione di umanisti a caccia di talenti.

Avvenne tutto nella stessa settimana di settembre. Una mattina apro la posta e ti trovo una lettera di Giulio Mozzi -allora, per me, esimio sconosciuto- in cui lo scrittore si dichiara "interessato" alle mie cose pervenutegli tramite Theoria, e pronto a indicare il manoscritto al leggendario di cui sopra, che, proprio di lì a qualche giorno, Mozzi si apprestava ad incontrare personalmente. Ovviamente chiamai "l'uomo più gentile del mondo" (la definizione è di Tiziano Scarpa, ed è assolutamente veritiera) il giorno stesso, e fu l'inaugurazione di una corrispondenza telefonica e epistolare che tuttora si perpetua -con qualche difficoltà di comprensione per la parte telefonica: i nostri accenti antipodici, Salento chiama Veneto, non sempre ci fanno intendere come io vorrei. Comunque, in seguito, mi informai. Capii che dall'altro lato del filo avevo uno degli scrittori più validi e apprezzati del panorama letterario italiano. Seppi anche che egli teneva dei corsi di scrittura creativa e che non si risparmiava nella sua attività di talent scouting. Capii, insomma, che la fortuna aveva messo il mio cartoccio dentro allo scatolone di Giulio Mozzi, e la cosa mi fu, naturalmente, di enorme consolazione in quel periodo di personali Grandi Scelte Epocali.

Dopo qualche giorno mi chiamò, vieppiù, Michele Trecca, altro personaggio a me del tutto oscuro. Aveva letto le mie novelle e, pure se avevo già 28 anni, quasi 29, dovevo pubblicarne qualcuna su "Sporco al sole", l'antologia che, insieme con Gaetano Cappelli e Enzo Verrengia, stavano preparando.

Per farvela breve, ché queste storie si assomigliano un po' tutte, arriva marzo con me che studio Procedura Civile sul balcone, il telefono che trilla, Mozzi che mi avverte della mia nomination all'edizione annuale di "Ricercare" di Reggio Emilia (che è un po' il Sanremo degli scrittori), io che come prima reazione ho un rifiuto totale, che penso di mandarci un attore, a leggere il mio racconto davanti a Edoardo Sanguineti, e che poi man mano mi abituo all'idea e, giusto alla vigilia della mia partenza per la cittadina emiliana, torno a casa in un pomeriggio sciroccoso e buio, e trovo la mamma che mi dice di chiamare Paolo Repetti di Einaudi a tale numero. Chiamo. Parlo sempre con sconosciuti, in quel periodo. "Devi venire a Roma prima del convegno", è tutto.

Io a Roma con una caviglia mezza rotta e dolorante per via di una partita di pallacanestro. Un caldo pazzesco. Paola che entra con me nella sede di Stile Libero, e poi sparisce, se ne và a conoscere un'iguana incontrato sotto al portone, mentre io sto lì che sbalordisco Repetti con la mia assoluta mancanza di erudizione letteraria, di ispiratori nobili, di saper fare bohemien. Ma si dicono al telefono, Repetti e Cesari (l'altro complice della faccenda) che è andata bene, che sono molto soddisfatti, che, in somma, si fa il contratto. E il giorno dopo a Reggio Emilia la critica si divide, c'è chi parla di naturalismo di ritorno, chi di Guareschi, chi di "poetica del te-la-dò non-te-la-dò", io che davvero non so cosa ribattere, solo saluto tutti, ringrazio, me ne vado. E la domenica del convegno un sacco di bella gente, fotografi che fanno la fila per ritrarci, steso in mezzo al prato, gli occhiali sulla testa, il sole che mi fa lacrimare, "non preoccuparti, ché c'è il fotoritocco". Io poi il solito miserabile che non mi funziona la carta di credito e devo pagare la parte di albergo per Paola non rimborsata dall'organizzazione, giro per il centro di banca in banca, la mia fidanzata asserragliata in camera, il mitologico Renato Barilli che mi ferma, si congratula, io che devo trovare quei soldi, manco considero il professore come si deve, tutto sudato scappo, arriva pure Michele Trecca dal profondo Sud (mai visto di persona: altro uomo buonissimo, la sorte mi accompagna) mi regala le prime copie dell'antologia che è venuto a promuovere, io ne dono una al più cattivo dei miei detrattori, alla fine arriva Giacomo da Parma e mi salva dai portieri dell'albergo pagando tutto il conto.

In seguito sono venute le recensioni sui giornali della mia adolescenza, quel legittimo tirarsela un po' con gli amici, le presentazioni dell'antologia con pubblico consistente in: n° 1 barbiere gay, n° 1 campeggiatore sedicenne, n° 2 amici che sanno a memoria la manfrina che stai per proclamare. E l'editing infinito del mio libro, le riscritture, le e-mail e gli incontri con Repetti & C. per parlare di 'sta benedetta raccolta di racconti, sulla quale non chiedetemi niente, ché davvero, oggi che scrivo, e sono a scuola in un'ora di buco, e fa un freddo della malora, sul serio non so come e quando vedrà la luce.
P.S.: dicevo, quel libro è poi uscito e si chiama MISTANDIVO'"

Luglio 2002: Porto di mare - Sironi Editore

Corso di scrittura creativa
curato dallo scrittore Livio Romano