Mercoledì 7 luglio alle ore 18,00, presso la Galleria d’arte contemporanea “ROSSO41”,
sita in Via delle Crociate 41 a Trani, patrocinata dalla Città di Trani, avverrà
l’inaugurazione della mostra dedicata ai maestri

Fabio Mauri (1928) e Franco Angeli (1935-1988)
intitolata

“A Roma negli anni settanta”.

FABIO MAURI

Le basi del lavoro dell'artista, nato a Roma nel 1926, sono già tutte nell'esperienza dei suoi primi diciotto anni di vita: la guerra, la conversione, la follia, il dramma degli amici ebrei mai più tornati, la scoperta del reale volto del fascismo. Nel '39 conosce Pasolini a Bologna con cui fonderà nel 1942-43 la rivista "Il Setaccio" e con cui collaborerà nel '59 per "Officina". Nel dopoguerra torna a dipingere in maniera espressionista su temi religiosi, sociali e politici, partecipa a diverse mostre per poi trasferirsi nel '56 a Roma, dove rimane colpito dalla riproduzione di un "Sacco" di Burri che gli rivela come tutto ciò che circonda l'uomo possa essere utilizzato nella creazione artistica. Così tutte le sue passioni entrano nelle opere realizzate tra il 1957 e il '60: i fumetti, la grafica vetrinistica, le nuove insegne dell'ambiente urbano, il cinema. Dalla fine degli anni '50 frequenta attivamente la cosiddetta "Scuola di Piazza del Popolo" e realizza i primi Schermi, opere monocrome fatte di carta bagnata e poi di tela tirate su telaio rettangolare con una parte aggettante a forma di schermo curvo, dove è chiara l'allusione al simbolo della nuova civiltà contemporanea dell'immagine. Il senso del 'già accaduto', segnalato spesso nelle opere di Mauri dalla scritta "The End" o "Fine", vuole indicare al fruitore che ogni possibile esperienza contemporanea è manipolata, alienata da realtà surrogate e simulacrali, e pone quindi la questione del libero arbitrio in una società dominata da spazi convenzionali e dai media. Tale aspetto sarà poi sviluppato da Mauri nelle successive opere-azioni complesse e cosiddette 'ideologiche'. Nel '67 Mauri è uno dei fondatori della rivista "Quindici". Nel '68 realizza le Pile e i Cinema a luce solida, dove torna l'idea della proiezione, e l'ambiente Luna per la rassegna "Teatro delle Mostre" di Plinio De Martiis. Nel '71 presenta a Roma Che cosa è il fascismo, performance replicata successivamente in varie città, che consiste nella simulazione di una cerimonia 'ludi juveniles' d'epoca fascista. L'analisi retrospettiva del passato alimenta il processo critico che Mauri definisce "esercizio spirituale", destinato all'individuazione e alla messa al bando delle false ideologie. Segue nel '71 una seconda mostra, Ebrea, presentata per la prima volta alla galleria Barozzi di Venezia, trasformata in un piccolo museo di un campo di concentramento, dove oggetti-sculture, suppellettili della vita quotidiana simulavano un'inquietante provenienza umana: pelle, denti, ossa, capelli di ebrei morti durante gli stermini nazisti; era poi presente una giovane donna nuda che componeva una stella di Davide con i suoi capelli tagliati sullo specchio di un armadio. Nel '73 realizza la performance Natura e cultura, dove, nel graduale percorso verso una nudità simbolica, si assiste alla dimostrazione che l'unico dato di realtà e di certezza è l'idea di natura, la quale vince ogni abito imposto da una cultura d'epoca. In questi anni elabora libri d'artista come Linguaggio è guerra (1975), i cosiddetti "multipli politici" come Vomitare sulla Grecia (1972), Gangster e Proust (1974). Tra il 1975 e l'80 Senza, Senza ideologia, Senza titolo, sono alcuni titoli di azioni con proiezioni di film su oggetti e corpi animati. Le immagini cinematografiche acquistano un nuovo significato per il valore deformante degli inusuali schermi, concepiti dall'autore come luogo dell'attualità o meglio come istante del farsi storico. In Intellettuale (1975) venne proiettato il film "Il Vangelo secondo Matteo" di Pasolini anche sulla persona del regista stesso, che sperimentava così sulla propria pelle gli effetti della sua stessa opera. Nel '76 fonda la rivista d'arte "La Città di Riga" insieme a Boatto, Calvesi, Kounellis, Silva. Per la Biennale veneziana del '78, Mauri presenta l'installazione I numeri malefici, il cui tema è l'errore di calcolo e di giudizio come materia di interpretazione dell'uomo e della storia, mentre nel '79 erige il Muro d'Europa alla Fondazione De Appel di Amsterdam riferendosi al Muro di Berlino, cicatrice che attraversa e descrive il pensiero e l'azione dell'Europa. Nell'89 con la performance Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo, Mauri riprende nel suo testo la tesi riguardante l'identità tra pensiero tedesco e pensiero europeo nel decennio 1930-40. Alla Biennale di Venezia del '93 l'artista ripropone Ebrea isolando la performance dal resto dell'esposizione mediante l'innalzamento del Muro Occidentale o del Pianto, composto da un'alta catasta di vecchie valigie di varie forme e dimensioni, emblema della divisione del mondo, dell'esilio, della fuga forzata. Ne L'appendiarte (1996) lo 'schermo' si anima, punge la realtà esterna e diventa supporto di alcuni oggetti che danno il senso del tempo, testimoniano la loro storia. Patrimoni documentativi e immaginativi vengono dunque a proiettarsi e a intrecciarsi nel quadro: l'arte riesce in tal modo a concretare le sue ipotesi di universo.

Manipolazione di cultura, 1971-75

In questo caso Fabio Mauri realizza un’opera di linguaggio, sul linguaggio in cui protagonista è l’ideologia, un’ideologia messa a nudo, demistificata nei suoi meccanismi più perversi.
Una delle fonti di maggior dolore per l’artista fu proprio scoprire precocemente di aver vissuto la sua giovinezza “in un luogo e un tempo dominati da un’abile Bugia”.
Il fascismo ed il nazismo facevano un uso falso del linguaggio, puntando ad una comunicazione subdola e parziale, tesa ad allettare e conquistare i favori della gente e ad avallare scelte ed imposizioni inammissibili. La grande furbizia di questi regimi consistette proprio nell’appropriarsi degli allora nascenti mezzi di comunicazione di massa e nel monopolizzarne l’uso in modo da divulgare rasserenanti false consapevolezze di altrettante false realtà.
Mauri compie la stessa operazione, ma con un intento del tutto opposto: d’altra parte è lui stesso ad affermare che Bene e Male parlano la stessa lingua, è la coscienza critica dell’individuo a fare la differenza, a fare emergere la diversità di motivazioni ed obiettivi. Fotografie storiche del nazismo, ritoccate a mano con bande monocrome nere ed accompagnate da una breve didascalia, sono raccolte in un lavoro grafico, trasformato dalla Nuovo Foglio editrice in centoventicinque cartelle contenenti quindici tavole 50 x 70, impresse in fotolito e silk-screen su carta Fabriano, numerate e firmate dall'autore, e in un libro (24,3 x 37,9) di cui sono state tirate solo mille copie rilegate.
Tre linguaggi in una struttura tripartita: l'immagine, il colore (o meglio il non-colore nero), la parola: si intrecciano, collaborano, si potenziano. L'immagine storica è evidente nel suo messaggio propagandistico, modificatore di realtà, in quanto ne assolutizza solo alcuni parziali squarci. Il monocromo nero è il primo segno di una manipolazione della manipolazione, condotta, a sua volta, dall'artista sull'immagine manipolatrice: ne copre una parte o l'annulla o la inghiotte nascondendola, relegandola nell'oscurità del nero (la menzogna? La morte?), "la zona oscura non è uguale in tutte le tavole, dipende dalle proporzioni dell'immagine fotografica e varia continuamente, provocando un'alta marea di nero, forse di male, che sale e scende, un ritmo ineguale di differenti livelli".
La secca frase che accompagna la fotografia trasformata sembra solo descriverla tautologicamente, ma in realtà porta in sé un'acuta ed incisiva carica ironica che scardina il meccanismo ideologico presente nell'immagine storica, stimolando il giudizio critico: la scritta non ha mai un soggetto esplicito ed è quasi invisibile, perché scritta con un carattere piccolo, ma la sua eccessiva semplicità e brevità induce a cercarvi un responsabile ed un segnale più riposto che, appunto, solo la coscienza critica individuale sa cogliere e coglie immediatamente.
La prima immagine che il libro mostra è un rogo al cospetto di Goebbels (è uno dei tanti roghi di libri fatti nel maggio del 1933 nelle principali città universitarie), il sottotitolo è "bruciano libri", primo e peggiore atto di manipolazione di cultura, la distruzione della cultura stessa e del pensiero libero che essa porta con sé.
Dunque i libri sono soltanto il primo obiettivo per il totale controllo della cultura in tutte le sue manifestazioni e per il conseguente annullamento di ogni libertà di pensiero; l'opera di Mauri si conclude, poi, con "filmano tutto", didascalia dell'ultima immagine in cui un'enorme telecamera occupa quasi tutto lo spazio della foto ed è utilizzata da un uomo (accovacciato, simile ad un cecchino), coadiuvato da una donna al suo fianco e da un altro uomo, come un'arma, munita di mirino che colpisce e blocca persone e vite: dal primo mezzo di veicolazione di idee, il libro, al più innovativo sistema tecnologico, la telecamera, dal primo strumento dell'intellettuale al nuovo veicolo di informazione e formazione popolare, il totalitarismo coinvolge, sorveglia e regola ogni cosa, trasformando la naturale guerra della comunicazione, che in certi casi coincide con un costruttivo confronto di idee e prospettive diverse, in una piatta ed indiscutibile sola idea.
"Hanno una idea" è coro ad una folla che compie all'unisono il saluto nazista: il trionfalismo insito in questa immagine retorica è annullato dall'accezione negativa che trasuda dalla didascalia, in cui una significa massificazione ingenua e non unità consapevolmente scelta.
"Formano un gruppo" sottolinea l'immagine di una cerimonia a cui partecipa anche Mussolini: nazismo e fascismo, stessi metodi sotto accusa, tutte le forme di dittatura, in qualsiasi Paese si esprimano, passano attraverso le stesse modalità di semplificazione di valori e di esaltazione popolare di modelli vaghi, apprezzabili da tutti; si circondano di individui privi di personalità proprie, mediocri, pronti ad obbedire esclusivamente e soddisfatti di questo, facendoli sentire importanti li tengono ancorati fedelmente a sé…"Utilizzano sciocchi" è la frase associata al volto di un giovane biondo con gli occhiali che è concentrato ed intento ad una mansione tecnica.
"Amano il bello" (una matronale donna bionda ci sorride, mostrandosi pudica dietro un floreale ombrellino aperto), "Definiscono l'arte" (un pittore nel suo studio, mentre dipinge dal vero una scena di sapore neoclassico; l'immagine è per più della metà coperta dalla banda nera di Mauri), "Conoscono la qualità" (Goebbels visita la mostra dell' «Arte degenerata», inaugurata il 18 luglio del 1937 in concomitanza con la Grande esposizione dell'arte tedesca nella Casa dell'arte tedesca a Monaco, per la quale Hitler aveva posato la prima pietra il 15 ottobre 1933)…"Sopprimono avanguardie" (lo striscione proprio della mostra Entartete Kunst, del '37): un percorso che denuncia un'ulteriore immobilizzazione culturale che coinvolge ancora di più Fabio Mauri e lo punge sul vivo come Intellettuale ed Artista, sofferente per l'impossibilità di esprimersi, nel passato, a causa del coatto impedimento politico. Mauri, così, si sfoga nel silenzioso grido delle immagini e delle parole che svelano la turpe operazione di manipolazione.
"Catturano estetiche" e Manipolano la cultura" (accompagnano monumentali scenografie) sono le frasi che manifestano l'intento dell'artista di demistificare il meccanismo ideologico compiuto e subìto storicamente.
L'arte è manipolatrice anch'essa, ma il suo fine è la riflessione personale che è Libertà.

FRANCO ANGELI

Franco Angeli nasce a Roma il 14 maggio del 1935 nel quartiere di San Lorenzo. Inizia a dipingere nello studio dello scultore Mannucci. Dopo alcuni tentativi astratto-materici vicini all'ultimo Prampolini e soprattutto a Burri, costruisce dipinti sovrapponendo alla tela scura una garza che vela le sottostanti lacerazioni, gli strappi e le tensioni, con cui il nailon delle calze da donna ridotte a brandelli aderiscono al supporto. Significativi i titoli : Pelle umana per oggetti decorafívi , Immagine negativa, Indífferenza.
Queste prime opere vengono presentate in alcune esposizioni collettive romane: nel 1959 alla Galleria La Salita con Festa e Uncini e alla Galleria I'Appunto con De Bernardi, Festa, Lo Savio, Schifano e Uncini; nel 1960 alla Galleria II Cancello di Bologna con Festa, Lo Savio, Schifano e Uncini con la presentazione di Emilio Villa che parla per Angeli di "quella specie di cosmologia arida, appena intravertibile da filiture e marezzature da screpoli e coaguli, tutta una metafisica sensitiva e ritmi generalizzati della disperazione"; nello stesso anno, a Roma, alla Salita (Cinque pittori a Roma) con la presentazione di Pierre Restany. Nella sua prima esposizione personale, alla Salita di Roma, Cesare Vivaldi, presentandolo, dice che le "apresenze, che lentamente affiorano attraverso la rete sottile che come buccia ricopre ed avvolge il quadro, nel loro stesso modo di offrirsi allo sguardo sembrano avere quel tanto di magico, larvale e diremmo medianico, da rendere plausibile una frettolosa chiamata in causa dell'inconscio e del sogno" ma chiarisce che si tratta di "una nostalgia non evocatrice di fantomatiche apparizioni da un "al di là" che non ci appartiene che non é "dentro" di noi, ma rammemorante (con mestizia e pudore) fatti umani e concreti: sofferenze, gioie, trasalimenti e dolori, ancora una volta «forme»". Nel 1961 partecipa al Premio Lissone inserito in una sezione dedicata all'arte italiana e intitolata "Informativa Sperimentale" con, tra gli altri, Castellani, Festa, Lo Savio, Manzoni, Paolini, Schifano, Uncini. Nel 1962, nella presentazione alla "Nuove prospettive della pittura italiana" tenutasi in giugno nel Palazzo di Re Enzo a Bologna, per lo Savio e Uncini, ma soprattutto per i romani Schifano, Angeli e Festa parla di "superfici vuote, scandite da forme schematiche o percorse da minime variazioni (con oscillazioni, significative dall'intenzione sospensiva, dal costruttivismo al dadaismo) che hanno un valore, sostanzialmente, di simboli: simboli in sé, vagheggiati nella loro virtualità metafisica e non nei loro, indefinibili, significati. Partecipa ad altre mostre collettive e a personali alla Tartaruga di Roma, nel 1963, presentato da Nello Ponente e da Mario Diacono e nel 1964 all'Arco di Alibert di Roma e all'Ariete di Milano presentato ancora da Ponente. Iniziano ad apparire sulle tele al posto di nailon erosi poche, isolate, grandeggianti figure dalla forfe carica simbolica, svastiche, croci, lupe, aquile, emblemi di potere la cui violenza di impatto è attutita da una tela colorata, che assume il valore di patina. L'immagine immersa nel buio fino a svanire riemerge con una forza misteriosa, una memoria lontana, esaltata dagli ori e dai rossi su fondi neri, blu, rossi, bianchi. Le forme sembrano aderire alle iconografie della pop statunitense, che nel frattempo erano esplose alla Biennale di Venezia del 1964, ma con un significato di memoria che ne rivela la origlnalità propriamerlte romana e che lo avvicina a Schifano, a Festa per i quali si iniziò a parlare di "Scuola di Piazza del Popolo" (Calvesi, 8 pittori romani, Galleria la Tartaruga, Roma, 1967). Li accomunava, come dice Angeli stesso in una intervista pubblicata nei Quaderni della Tartaruga (G. De Marco, La Tartaruga. quaderni d'arte e di letteratura. Roma, marzo, 1989, n. 5.b) l'estrazione popolare e quindi un senso della realtà molto forte; e poi la frequentazione degli stessi luoghi. Inoltre in comune c'era I'esigenza di andare oltre le esperienze informali. A Maurizio Calvesi che lo inserisce tra gli altri italiani presenti alla Biennale del '64, Angeli stesso (Marcatré, 1964) parla delle sue opere descrivendone la tela leggerissima (di cotone) che ricopre i quadri e che egli spruzza di vernice molto diluita fino a far trasparire I'immagine. E la stoffa viene messa per nascondere e rendere meno evidenti i simboli, il velo serve a filtrare, a rendere le stesse immagini come rivissute attraverso la memoria. Nello stesso anno la serie dei "Frammenti Capitolini", gouaches e disegni, esposti all'Arco di Alibert, rivela aspetti dell'arredo urbano (iscrizioni civiche, chiavi papali, aquile imperiali) con una visione distaccata ed ironica verso la retorica celebrativa delle istituzioni ma senza più il diaframma della patina. La materia, elaborata e preziosa, restituisce la monumentalità dell'emblema e la velatura è sostituita da una patinatura di materia-colore che crea una felice evidenza plastica.
Vengono ora usati il processo del ricalco e dell'impronta che stabiliscono un diaframma con la superficie pittorica. Partecipa alla IX Quadriennale di Roma e continua ad esporre a collettive nazionali ed internazionali e ad avere personali, nel l966 e nel 1967, all'Arco di Alibert di Roma e all'Ariete di Milano. Nel 1968 alla Galleria La Tartaruga, nella collettiva "II Teatro delle Mostre" dove I'intento è quello di vivere I'arte come processo in fieri, Angeli presenta Oppressíone in cui ad una stanza tutta bianca viene lentamente abbassato il tetto mentre una cinepresa riprende le persone che vi entrano. Maurizio Calvesi presentandolo in una retrospettiva alI'Arco di Alibert nel 1970 ne evidenzia il messaggio "...valori che si scoprono, valori che si sovrappongono, valori che si negano. I simboli hanno presa perché sono schemi da riempire, cifre che non possono essere decifrate senza una chiave, che si porta dentro, ed è I'esperienza morale cui riferire il simbolo. II magnetismo velato, sfuocato dei suoi simboli allude a qualcosa di faticoso da decifrare, ma ne asseconda anche la lettura secondo un assunto costante, che in positivo o in negativo comunque risulta ed è I'assunto della non violenza". Gli anni '70 sono quelli del maggior impegno politico e nella sua pittura, tra bellezza e malinconia, vengono ripresi motivi di eventi politici contemporanei, quali la tragedia vietnamita.
Nella mostra di Bologna "Tra rivolta e rivoluzione" , 1972, presenta due opere del '68, Confesfafore solítario e Corteo, strettamente legate ad eventi politici. Da questo momento si svolge verso una figurazione essenzializzata ma di grande potenza evocativa che emerge in opere quali Stanza dell'ideologia, Il píttore nello studlo, lnferno domenícale. Alla Galleria Le Immagini di Torino, 1972, dove è presentato da Antonio Del Guercio, sono esposti i dipinti di questa fase Compagni, Alanidanesi, Apparizione fn vfa deí Prefetti in cui, con pochissimi tratti essenziali, descrive i compagni, alcuni episodi di rivolta popolare e nei quali inizia ad apparire, nello squallore disadorno di oggetti sparsi, il giovane volto di Marina Lante della Rovere, sua compagna, protagonista da allora anche dei numerosi reportages di viaggi, soprattutto in oriente. La tentazione di una resa oggettiva del reale fondata sulla immediatezza narrativa è documentata nella serie dei fotogrammi ingranditi esposti nel, 1972 alla Sirio di Roma.
Dal '72 si intravede la presenza, in un fondo materico, di aeroplani, obelischi, piccoli paesaggi che diventeranno uno dei motivi dominanti di questi anni. Nel 1974 alla Galleria "II Collezionista di arte contemporanea" di Roma oltre a molti precedenti dipinti espone una serie di paesaggi dagli orizzonti piatti su onde guizzanti, dai cieli azzurri su scure svettanti montagne e una serie di astratte composizioni colorate che nei titoli rimandano ad avvenimenti politici. Lo stesso artista in una intervista a Luisa Spagnoli ne II Mondo (19 dicembre 1974) riferendosi ad uno di quei paesaggi dal titolo Canfo popolare delle Ande dice ". . . non si vedono nè i bambini nè il coro, un quadro fatto di colore ed io ho pensato che si potesse dipingere la tragedia cilena attaverso un paesaggio fatto solo di colori". Dal 1975 è decisamente rivolto ad un genere figurativo: piramidi, lune, obelischi, aeroplani da guerra, immersi però in una spazialità metafisica. Nel 1975 incontra Livia Lancellotti. Nel 1976 nasce la figlia Maria. Nel 1984, al Belvedere di S. Leucio, sono presentate le novità della sua più recente ricerca dove, in una atmosfera estraniante riempita da piramidi, obelischi e figure geometriche, emerge un pupazzo disarticolato emblema dell'arfista stesso. Continua ad avere mostre personali: nel 1985 alla Grafica dei Greci di Roma, nel 1987 alla Fontanella Borghese di Roma e nel 1988 una retrospettiva di opere (dal 1958 al 1972) alla Casa del Machiavelli di S. Andrea in Percussina (Firenze), presentato dalla Battistini, che ne ripropone alla luce delle ultime ricerche artistiche, la validità creativa. Muore nel 1988 all'età di 53 anni.

Grazia Speranza

IL PITTORE DELLA GENERAZIONE DELLA “NON VIOLENZA”

Angeli appartiene alla generazione della non violenza, la sua ideologia è la non violenza e suoi dipinti la riflettono. Ne sono qui raccolti alcuni notevoli, in un panorama che ricapitola praticamente gli annisessanta, di cui Angeli è stato un protagonista escludendo Ie più recenti esperienze, che sono diverse ed aprono un nuovo momento. E' una pittura, o almeno è stata, che nega: nega la violenza e nega la rappresentazione, privilegia il simbolo e ne esaspera il mutismo. Una tavolozza accesa e senza velature, come sapevano Van Gogh, i futuristi, gli espressionisti, e adatta ad esprimere violenza; spenta e velata esprimera I'opposto. II velo respinge I'immagine fino ai limiti dell'assenza su quella soglia la trattiene, snervata dell'astio, del rancore, dell'ironia che pure la caricava. E' I'operazione antiviolenta che si sovrappone a simboli, non di rado, di violenza, rapacita, possesso. In uno dei dipinti che piu conquistano, a rivederli, il simbolo è dipinto sopra la garza, ha la forza di venir fuori e di rapprendersi. E' una croce, quasi un Malevic passato attraverso I'informale, un simbolo riscoperto in una stratificazione di valori che partendo da lontano ci imprigionano net loro brusio. La croce del vangelo, la croce dei cimiteri, la croce dell'esistenza, la croce a un bel momento intravista. Così come, a un certo punto, Angeli intravede, e quasi ingentilisce, la rossa falce e martello. Valori che si scoprono, valori che si sovrappongono, valori che si negano: la messa a fuoco di una coscienza si riconosce nel vocabolario smozzicato dei simboli. Ma i simboli hanno presa perchè sono schemi da riempire, cifre che non possono essere decifrate senza chiave, che si porta dentro, ed è I'esperienza morale cui riferisce il simbolo. Sempre cercando questa chiave, Angeli I'ha sempre indicata. II magnetismo velato, sfuocato dei suoi simboli allude a qualcosa di faticoso da decifrare, ma ne asseconda anche la lettura secondo un assunto costante, che in positivo o in negativo comunque risulta ed è I'assunto della non violenza. Questo sembra infatti il discorso stesso della sua pittura, dove lo stratificato, I'assorto, il soffuso non parlano in termini di lirismo, ne di giuoco ottico, ma di interiorità morale.

Maurizio Calvesi