Dialogo
Livio Romano / Giulio Mozzi
Un dibattito tra due scrittori su di un libro, ma anche sull'attualità
e la situazione ambientale italiana. Livio Romano è autore
di Porto di mare, un volume uscito nelle edizioni Sironi, una giovane
casa editrice che propone testi di narrativa o di saggistica molto
stimolanti e di cui Giulio Mozzi è curatore di collana. Questo
dialogo appare sull'ultimo numero dell'inserto letterario del Giornale
di Sicilia, "Stilos".
Giulio Mozzi:
Caro Livio, di questo Porto di mare io mi sento un po' responsabile.
Mesi fa, tu al telefono mi raccontavi di quel che succedeva a Nardò
attorno a questo progetto di fare un porto turistico per duecento
barche, con ricadute occupazionali minime; e mi scappò di dirti:
"Ma perché non la racconti in un libro, questa storia?";
e tu mi hai preso in parola. Non è così, di solito,
che nascono i libri... O no?
Livio
Romano:
Vedi, Giulio: prima ancora dei racconti, il giornalismo è
stato, come si dice, il mio primo amore. Ho trascorso più di
dieci anni della mia vita a scrivere reportage di costume per giornali
e giornalini locali. Così pure, almeno da quando avevo sedici
anni in poi, più che narrativa, erano i giornali che mi piaceva
soprattutto leggere. E pure leggevo moltissimi libri scritti da grandi
giornalisti. Penso a quelli di Camilla Cederna, dei quali imitavo
- diciassettenne catone censore d'ogni male cittadino - lo stile borghese,
satirico e distaccato; ma anche i libri di Pansa, di Ottone, di Serra,
i tantissimi pamphlet di Luca Goldoni. In quegli anni '80 di "riflusso
nel privato", a me pareva che la penna fosse ancora una spada,
e che il mio destino fosse quello di impegnarmi civilmente proprio
attraverso gli articoli che andavo dispensando ai miei paesani e,
di lì a poco, a tutti i leccesi, visto che cominciai anche
una collaborazione con il Quotidiano di Lecce. Poi ho vissuto la fase
del disamoramento per il racconto "dei fatti così come
effettivamente sono andati". I miei pezzi diventavano sempre
più "colorati", mi accorgevo che mi piaceva tratteggiare
di più i personaggi e calarli in una "scena". Di
lì alla forma "racconto" il passo è stato
breve. Fu inevitabile mettermi a raccontare le stesse storie, ma sperimentando
una lingua che avesse dentro la musica dell'oralità salentina
e fosse al contempo talmente "eufonica" da poter essere
compresa anche dai trentini. Così è nato Mistandivò,
almeno dal punto di vista dello stile. Quanto alla materia che raccontavo,
non credo che vi sia alcuno fra i racconti del volume il quale non
contenga una tensione quantomeno "etica", se non proprio
ideologica. Insomma: si parla di caporalato, di lavoro minorile, di
disoccupazione, di emigrazione intellettuale, di lavori messi su dal
nulla dai miei trentenni per sbarcare il lunario. Certo, l'andamento
volevo che fosse scanzonato, ironico: perché tutta la nuova
generazione di musicisti, registi, poeti, pittori del Mezzogiorno
aveva e ha ormai abbandonato da tempo quella che Michela Trecca definisce
"la monocultura del dolore". Credo che anzi la mia generazione
affronti la vita con una buona dose di autoironia, la stessa che conservano
tutti i personaggi di Mistandivò.
Giulio
Mozzi:
E così ti sei pure ritrovato candidato al consiglio comunale
di Nardò, nella lista dei Verdi.. La domanda inevitabile è
quindi: Porto di mare è indubbiamente "letteratura",
e altrettanto indubbiamente è "politica". Tu che
relazione pensi che ci sia, non in astratto, ma nello specifico, in
questo libro, tra il "fare letteratura" e il "fare
politica"?
Livio
Romano:
Io adesso devo dire a gran voce che non esiste scrittura senza responsabilità.
Può sembrare una tautologia da quattro soldi, ma è un
concetto in cui credo profondamente se pensiamo che il pensiero filosofico
predominante ormai da una ventina d'anni ci ha invece indicato il
declino definitivo delle metanarrazioni. Beh, io non so bene in quale
metanarrazione si inscrivano le cose che scrivo (potrei definirla
la "metanarrazione liberal-socialdemocratica con radici cristiane
seppur furiosamente anticlericali", ma sarebbe una brutale semplificazione
giornalistica). So per certo che una grossa dose di moralismo è
uno dei moventi principali della mia scrittura. Del resto, ho sempre
fatto politica attiva. Da ultimo persino la mia candidatura con i
verdi, evento ascrivibile, più che all'impegno politico, a
quello nel cabaret, considerati i diversi colpi di teatro che in un
mese sono riuscito a collezionare, dal comizio invelenito alla mail
privata andata a finire a mia insaputa nella prima pagina del Corriere
del Mezzogiorno. Capacità di mediazione: zero. Attitudine al
compromesso: idem. In pochi giorni sono riuscito a racimolare l'antipatia:
ovviamente di tutta la destra al completo, e poi dei rifondaroli,
dei diessini, dei socialisti, della Margherita. Ho capito una volta
per tutte che l'unica politica che posso esercitare è la scrittura.
E Porto di mare è propriamente un libro politico.
Giulio
Mozzi:
Non so ben quanto c'entri, quello che dico ora, ma mi pare che c'entri.
Io sono considerato uno "scrittore cattolico". Eppure proprio
sull'Avvenire, una volta, un recensore mi diede con disprezzo dello
"scrittore parrocchiale". La sensazione è questa:
oggi non devi avere nessuna identità, o devi averne una piatta
piatta, semplice semplice, che si possa dire con una sola parola...
Livio
Romano:
Giulio, l'Italia è l'unico paese al mondo in cui il presidente
del consiglio in campagna elettorale brandisce il maccartismo più
becero e trova milioni di persone ancora disposte a lasciarsi trascinare
in queste guerre di religione. L'Italia è l'unico posto al
mondo dove ancora si gioca a fare i "comunisti" in eterna
baruffa con i "fascisti". Se non fosse che, anche per colpa
di colpevoli infantilismi politici di tal genere, questo paese non
decolla verso una dimensione europea: direi che alla fine questo genere
di pepponismo versus doncamillismo è tuttora un serbatoio straordinario
di comicità e di storie. Ecco, Porto di mare è la storia
di un gruppo spontaneo di cittadini i quali, capeggiati dai comunisti
locali, si mettono a dare battaglia contro un tentativo di scempio
ambientale. È una storia vera, di quel porto turistico ancor
oggi si discute e ancor oggi in paese ci si accapiglia. È la
storia bella di un gruppo di persone che ritrovano il gusto di lottare
per qualcosa di più concreto che un astratto ideale. E poi
c'è uno stream sotterraneo che attraversa tutto il libro: le
considerazioni para-politiche (prossime alla boutade) del sottoscritto.
Il mio stupore per chi non comprende che si possono avere a cuore
le ragioni delle classi subalterne e i diritti dei lavoratori e quelli
dei cittadini meno fortunati senza doversi necessariamente dichiarare
comunisti. L'altro sommo stupore a scoprire che, dopo Mani Pulite,
dopo il crollo della Prima Repubblica, dopo l'Europa, dopo oltre cinquant'anni
di Costituzione repubblicana: l'alfabetizzazione politica e giuridica
degli italiani è prossima allo zero. Scoprire che i poteri
forti, il denaro, il profitto sbaragliano regolarmente qualsiasi norma
di civile convivenza e di civile dibattito sul futuro di una comunità.
Giulio
Mozzi:
A volte però, leggendo le bozze, mi domandavo: "Ma che
cosa succede, qui dentro? Lo so che è tutto vero, perché
Livio me l'ha giurato; tuttavia questa è una narrazione che
non sembra differente da una narrazione fictional... Livio stesso,
qui dentro, potrebbe essere un personaggio inventato!". E mi
domandavo se non c'era contraddizione tra tanta "efficienza narrativa"
e l'intenzione di raccontare il mondo...
Livio
Romano:
Negli ultimi tempi, sai, mi sono innamorato degli scrittori trenta-quarantenni
britannici. Degli scrittori e dei registi. I quali hanno, in questo
inzio di millennio, il coraggio e la sagacia di costruire questi libretti
e queste commediole che, pur nella lievità della narrazione,
affrontano temi importanti e, soprattutto, lo fanno all'interno di
un ben determinato recinto di valori "militanti". È
un po' quello che voglio raggiungere io stesso: ritornare a raccontare
la realtà "così come è avvenuta", la
prosaicità senza epica della vita delle persone normali, senza
perdere di vista la qualità della scrittura e i riferimenti
valoriali che mi sono propri. Così in Porto di mare parlo con
franchezza di situazioni ed eventi veramente accaduti, parlo delle
dinamiche che si instaurano in un gruppo militante, racconto eventi
anche dolorosi come il tentato suicidio di uno del comitato. Non so
ancora o non so più quale sia la linea di confine fra questa
letteratura e la "fiction". Guarda al lavoro di Paolo Nori,
che io amo moltissimo. C'è qualcuno che crede che Learco Ferrari
non corrisponda pari pari a Nori stesso? Certo, tu lo sai, poi uno
scrittore sublima le situazioni, rende eroi taluni e macchiette talaltri,
e allora ecco che non siamo già più nel giornalismo,
ecco che nasce quella che definiamo "narrativa".
Giulio
Mozzi:
Non temi che Porto di mare possa essere considerato, per la sua scelta
linguistica più standard, un "libro minore", se non
addirittura un "tradimento", rispetto a Mistandivò?
Livio
Romano:
So bene che Mistandivò ha avuto un grande pubblico ed è
stato recensito benevolmente quasi da tutti proprio per il pastiche
linguistico che utilizzavo. Però so anche che queste operazioni
possono rappresentare una trappola, se ci si affeziona troppo. Qui
nel Salento c'è un gran fermento a sentirsi "Porta d'Oriente",
ad immaginarsi addirittura ancestrali automatismi sociali e psicologici
che ci deriverebbero dagli antichi Messapi, a riprendere tradizioni
contadine (il tarantolismo) e trasformarle in statuto della nostra
identità collettiva. Io mi tiro fuori da queste operazioni.
Io mi sento molto più vicino al rock'n'roll e ai libri che
lo citano, pure se riconosco la meritorietà di questi studi
e credo che la sopravvivenza della specie umana dipenda in principal
modo dalla misura in cui gli uomini riusciranno a preservare e a perpetuare
le proprie specificità. Ma se leggo Hornby che racconta di
un depresso e poi dice: "Tutta la gente sola. Adesso sappiamo
da dove viene", allora mi viene la pelle d'oca, rido di gusto
per la battuta eppure mi sento vicinissimo a quel personaggio, mi
metto a canticchiare "All the lonely people" dei Beatles,
insomma: abbraccio idealmente personaggio e autore e mi sento parte
di un unico patrimonio di segni e codici. Se invece vado a un concerto
degli Zoè che cantano "siamo gente col sole dentro e la
generosità intrinseca", allora mi pare di assistere a
uno show di avanspettacolo della peggiore specie, dichiaratamente
rivoluzionario ma involontariamente e fatalmente reazionario.
Testo
riprodotto unicamente a scopo informativo
Biografia
dell'Autore
"Porto
di mare" è edito da Sironi Editore
http://www.sironieditore.it/