A RAI UNO LECCE ED IL SALENTO

L'11 gennaio 2003 Tessa Gelisio e Paolo Brosio hanno condotto la prima puntata del nuovo magazine del sabato pomeriggio "Italia che vai" (ore 14.30 - 16.00), partendo proprio da Lecce e dal Salento.

Sono intervenuti Vittorio Sgarbi e Katia Ricciarelli.

Riportiamo i testi pubblicati all'interno del Sito della RAI dedicato al programma.

"Una rocca sulle rive pugliesi dove, secondo il mito, approdò Enea per andare a fondare Roma. Tessa Gelisio e Paolo Brosio partono da qui e ci portano a conoscere Lecce e il Salento nella prima puntata di Italia che vai il nuovo programma itinerante di Rai Uno in onda ogni sabato alle 14.30 dedicato alle città italiane.

Come nel classico viaggio in Italia, ogni puntata sarà un’immersione nell’arte, nella cultura, nelle storie popolari che caratterizzano il bel paese attraverso due sguardi diversi e paralleli: quello di Tessa e di Paolo. Due linguaggi per entrare nelle tradizioni e nei beni della regione, passeggiando per le città con ospiti ed esperti e pedalando in bicicletta nei dintorni alla scoperta del paesaggio.

Insieme a Vittorio Sgarbi scopriamo alcuni tesori artistici a cominciare dal cuore di Lecce: qui troviamo i monumenti barocchi e il quartiere delle Giravolte, nucleo storico delimitato dalle mura cinquecentesche, protagonista di un radicale progetto di riqualificazione.

Lecce è anche la patria della lirica: a mezzogiorno, dalla Torre dell’Orologio non risuona una campana ma la voce del tenore Tito Schipa, il figlio più famoso della città. Ne traccia un ricordo Vanna Camassa, celebrata soprano allieva di Schipa, che cantò insieme al maestro alla Scala di Milano. Ci racconta la sua Lecce anche Katia Ricciarelli, direttore artistico per la programmazione lirica del teatro Politeama Greco.

E poi, come in un antico feuilleton, Cosimo Cinieri ci racconta storie popolari, tra finzione e realtà, addentrandosi via via nei vicoli di Lecce. Un gioco narrativo che prosegue nel grand tour di Italia che vai nel corso delle prossime puntate.

Fuori dal centro urbano, Brosio percorre la via dell’olio, con lui e gli abitanti della zona, entriamo in un frantoio ipogeo e in un’antica masseria fortificata trasformata in azienda agricola.

Il viaggio continua tra dolmen, menhir e storie di magia, botteghe dove si fabbrica la cartapesta tradizionale e di design, locali dove si suona la "pizzica" salentina e ristoranti dove si parla una strana lingua: il griko.

Ancora uno sguardo a Otranto, poi Gallipoli e una rapida incursione a Ferrara, meta della nostra seconda puntata, con l’inviata speciale Camilla Nata che ci introduce nei segreti della splendida città estense.

I segreti dei monumenti di Lecce

Nel cuore della Lecce antica l’elemento dominante è senza dubbio il Barocco. Sul Barocco Leccese è stato detto e scritto di tutto. Noi però ne vogliamo parlare in maniera nuova, attraverso gli occhi di una persona che dal barocco trae la sua ispirazione artistica e professionale, il famoso Maestro Argentiere Pietro Paolo. Ecco cosa ha raccontato a Tessa passeggiando in città.

Pietro, ci parli del "tuo" barocco?

Questa città straordinaria ha avuto molti fasti nelle epoche passate, ma io mi innamoro del barocco che va dal Cinquecento alla fine del Settecento. Qui a Lecce i religiosi intendono, attraverso la decorazione delle loro chiese, innalzare la forza della loro fede e anche in un certo senso, dare una dimostrazione di potenza che voleva anche vagamente incidere sul potere temporale.

Tra i luoghi che preferisco c’è la splendida Piazza Duomo. Sembra costruita da una stessa mano in una stessa epoca, ma in realtà non è così. Il Duomo e il campanile sono opera di Giuseppe Zimbalo detto lo Zingarello, che è attivo nel Seicento. L’Episcopio, i Propilei e i palazzi gemelli sono del Manieri che è del secolo successivo, come il Cino, cui dobbiamo il palazzo del Seminario.

Una curiosità: sul timpano del Duomo, una cornice ovale racchiude un bassorilievo raffigurante il leone che si mangia la coda: è il sigillo araldico del famoso vescovo Pappacoda che possiamo definire il padre di tutta la città, perché è stato un grandissimo mecenate che ha fatto costruire quasi tutti i monumenti di Lecce.

Dietro la costruzione del campanile c’è un gustosissimo aneddoto storico. Quando il vescovo Pappacoda volle far erigere il campanile, l’autorità civile si oppose, sostenendo che in caso di assedio, la vicinanza del campanile alle mura del castello di Carlo V avrebbe fatto perdere il vantaggio sugli assedianti. In pratica, salendo sul campanile, i nemici avrebbero potuto controllare cosa facevano i soldati dentro il castello.

Pappacoda, che non era certo molto tenero, avendo a disposizione quattromila chierici dentro Lecce, decise di armarli e farli sfilare in parata. Questa azione intimidì l’autorità civile, che permise infine la costruzione del campanile.

Un’altra opera meravigliosa è la Chiesa di S. giovanni Battista, detta del Rosario, l’opera in cui lo Zimbalo raggiunge la massima maturità.

Addirittura, durante la costruzione di questa chiesa, lo Zimbalo muore e sentendo arrivare la morte decide di investire tutti i suoi risparmi affinché sia ancora più bella, quale sua grande uscita di scena. Importanti da vedere sono gli "acrotèri", composizioni botaniche che in natura non esistono, perché il barocco è fantasia, è libertà.
A Santa Croce raggiungiamo l’apoteosi del barocco leccese. La pietra viene trattata come fosse filo del ricamo, è qualcosa di veramente imponente. Su questa straordinaria facciata ci mettono le mani in quattro nell’arco di circa 150 anni. Tutti artisti validissimi, ma uno di questi è veramente particolare perché incarna appieno un aspetto dello spirito dei leccesi che è quello dell’ironia. Giulio Cesare Pennadetto il vecchio, a un certo punto in mezzo al fogliame si propone con una sua autocaricatura!

Come è stato possibile realizzare decorazioni così raffinate?

E’ tutto merito della pietra, che si può incidere anche con un’unghia.

Ma se è così delicata, come ha fatto la pietra ha conservarsi fino ad oggi?

Ha resistito agli insulti del tempo grazie ad un trattamento a base di latte. Il monumento veniva sottoposto a spugnature di latte perché il lattosio, entrando nelle porosità della pietra riusciva a creare uno strato impermeabile che l’ha salvaguardato.

Abbiamo parlato delle chiese, ma cosa ci dici dei palazzi?

Anche i privati, le famiglie avevano adottato lo stile barocco, soprattutto nelle facciate dei palazzi, che sono imponenti e decorate da artigiani specializzati e raffinatissimi. All’interno invece non c’erano ebanisti e mobilieri che riuscissero ad arredare con altrettanto sfarzo."